Capitolo IX

Dei martiri

In seguito ci furono dei martiri cristiani. È molto difficile sapere di preciso per quali motivi questi martiri siano stati condannati; ma oso credere che, sotto i primi imperatori, nessuno lo fu solo per la sua religione: erano tutte tollerate; come si sarebbe potuto cercare e perseguire degli sconosciuti che avevano un culto particolare in un tempo in cui tutti gli altri erano permessi? I Tito, i Traiano, gli Antonio, i Decio non erano dei barbari: possiamo credere che avrebbero privato i soli cristiani di una libertà di cui godevano tutti? Si sarebbe osato accusarli solo per avere dei misteri segreti, mentre i misteri di Iside, di Mitra, della dea di Siria, tutti estranei al culto romano, erano permessi senza contraddizione? Bisogna pure che la persecuzione abbia avuto altre cause e che i rancori particolari, appoggiati dalla ragion di stato, abbiano sparso il sangue dei cristiani. Per esempio, quando San Lorenzo rifiuta al prefetto di Roma, Cornelius Secularis, il denaro dei cristiani che aveva in custodia, è naturale che il prefetto e l’imperatore si siano irritati: non sapevano che San Lorenzo aveva distribuito quel denaro tra i poveri e che aveva fatto un’opera caritatevole e santa; lo considerarono un refrattario e lo fecero morire[20].

Valentin de Boulogne, Martirio di San Lorenzo
Valentin de Boulogne, Martirio di San Lorenzo

Prendiamo in esame il martirio di San Poliuto. Lo si condannò unicamente per la sua religione? Egli va nel tempio, dove si offrono agli dei delle azioni di grazia per la vittoria dell’imperatore Decio; egli insulta coloro che fanno i sacrifici, rovescia e rompe gli altari e le statue: in quale paese al mondo si perdonerebbe un simile attentato? Il cristiano che ruppe pubblicamente l’editto dell’imperatore Diocleziano e che attirò sui suoi fratelli la grande persecuzione nei due ultimi anni di regno di questo principe, non aveva uno zelo religioso, e fu davvero sventurato ad essere la causa del disastro del suo partito. Questo zelo sconsiderato, che scoppiò spesso e che fu anche condannato da molti Padri della Chiesa, è stato probabilmente la causa di tutte le persecuzioni.

Non voglio certo paragonare i primi sacramentari ai primi cristiani: non metto l’errore a fianco della verità; ma Farel, predecessore di Giovanni Calvino, fece ad Arles la medesima cosa che San Poliuto aveva fatto in Armenia. Si portava la statua di Sant’Antonio Eremita in processione per le strade; Farel, con alcuni dei suoi, si scaglia sui frati che portavano Sant’Antonio, li picchia, li disperde, e getta Sant’Antonio nel fiume. Avrebbe meritato la morte, che non ebbe, perché fece in tempo a scappare. Se si fosse accontentato di gridare a quei monaci che non credeva che un coro avesse portato una mezza pagnotta a Sant’Antonio Eremita, né che Sant’Antonio avesse avuto delle conversazioni con dei centauri e dei satiri, avrebbe meritato un forte rimprovero perché turbava l’ordine; ma se la sera, dopo la processione, avesse esaminato con calma la storia del corvo, dei centauri e dei satiri, non ci sarebbe stato nulla da rimproverargli.

E che! I romani avrebbero tollerato che l’infame Antinoo fosse ammesso al rango degli dei secondari, e avrebbero squarciato e dato alle fiere tutti coloro ai quali si poteva rimproverare solo di aver adorato pacificamente un uomo giusto! E che! Avrebbero riconosciuto un Dio supremo[21], un Dio sovrano, capo di tutti gli dei secondari, attestato da questa formula: Deus optimus maximus; e avrebbero fatto ricercare quelli che adoravano un unico Dio!

Non è credibile che sotto gli imperatori ci sia mai stata un’inquisizione contro i cristiani, ovvero che siano andati da loro a interrogarli sulle loro credenze. A questo riguardo non si sono mai molestati né ebrei, né siriani, né egiziani, né bardi, né druidi, né filosofi. I martiri furono dunque coloro che insorsero contro i falsi dei. Non crederci era una cosa molto saggia e molto pia; ma se, alla fine, non paghi di adorare un Dio in spirito e verità, si sono scagliati violentemente contro il culto ricevuto, per quanto assurdo potesse essere, bisogna ammettere che essi stessi erano intolleranti.

Tertulliano, nel suo Apologetico, confessa[22] che i cristiani erano considerati faziosi: l’accusa era ingiusta, ma era la prova che non era unicamente la religione dei cristiani che provocava lo zelo dei magistrati. Ammette[23] che i cristiani rifiutavano di ornare le loro porte di rami di alloro nei festeggiamenti pubblici per le vittorie degli imperatori: questo atteggiamento deplorevole poteva benissimo essere inteso come un crimine di lesa maestà.

La prima misura legale presa contro i cristiani fu quella di Domiziano; ma si limitò a un esilio di neanche un anno: “Facile coeptum repressit, restitutis etiam quos relegaverat“, dice Tertulliano (cap. V). Lattanzio, il cui stile è tanto accalorato, ammette che dopo Domiziano fino a Decio la Chiesa fu lasciata tranquilla e fiorente[24]. Questa lunga pace, dice, fu interrotta quando quell’ignobile animale di Decio oppresse la Chiesa: “Exstitit enim post annos plurimos exsecrabile animal Decius, qui vexaret Ecclesiam“. (Apol., cap. IV).

Non vogliamo qui discutere l’impressione del sapiente Dodwell sul piccolo numero dei martiri; ma se i romani avessero perseguitato così tanto la religione cristiana, se il senato avesse fatto morire tanti innocenti con supplizi inauditi, se avessero immerso i cristiani nell’olio bollente, se avessero abbandonato delle giovinette completamente nude alle fiere del circo, perché avrebbero lasciato in pace tutti primi vescovi di Roma? Sant’Ireneo conta come martire tra questi vescovi solamente Telesforo, nell’anno 139 dell’era volgare, e non si ha alcuna prova che questo Telesforo sia stato condannato a morte. Zéphirin governò le truppe romane per 18 anni, e morì tranquillamente nel 219. È vero che negli antichi martirologi sono inclusi quasi tutti i i primi papi; ma il termine ‘martirio’ a quei tempi era usato nella sua accezione letterale: ‘martirio’ voleva dire ‘testimonianza’ non ‘supplizio’.

È difficile mettere d’accordo questa furia persecutoria con la libertà che ebbero i cristiani di organizzare i cinquantasei concili che gli autori ecclesiastici contano nei primi tre secoli.

Ci furono delle persecuzioni; ma se fossero state così violente come si dice, non è verisimile che Tertulliano, che scrisse con così tanta forza contro il culto ricevuto, sia morto nel suo letto. È ben noto che gli imperatori non lessero il suo Apologetico; che uno scritto oscuro, composto in Africa, non arriva a coloro che sono incaricati del governo del mondo; ma doveva essere noto a coloro che frequentavano il proconsole d’Africa: doveva procurare molto odio all’autore; ciononostante; non patì alcun martirio.

Origene insegnò pubblicamente ad Alessandria e non fu condannato a morte. Lo stesso Origene, che parlava con tanta libertà ai pagani e ai cristiani, che annunciava Gesù agli uni e negava un Dio in tre persone agli altri, ammette espressamente nel suo terzo libro contro Celso “che ci furono pochissimi martiri, e solo sporadicamente. Tuttavia, dice, i cristiani fanno di tutto per far abbracciare la loro religione a tutti; corrono nelle città, nei borghi, nei villaggi”.

È certo che questo correre continuo poteva essere facilmente accusato di sedizione dai sacerdoti nemici; e tuttavia queste missioni sono tollerate, nonostante il popolo egizio, sempre turbolento, sedizioso e tirannico: popolo che aveva squartato un romano perché aveva ucciso un gatto; popolo disprezzabile in ogni tempo, checché ne dicano gli ammiratori delle piramidi[25].

San Gregorio Taumaturgo
San Gregorio Taumaturgo

Chi più di San Gregorio Taumaturgo, discepolo di Origene, doveva aizzare contro di esso i sacerdoti e il governo? Durante la notte Gregorio aveva visto un vegliardo inviato da Dio, accompagnato da una donna risplendente di luce: questa donna era la Santa Vergine, e quel vegliardo era San Giovanni Evangelista. San Giovanni gli dettò una professione di fede che San Gregorio andò a predicare. Andando a Neocesarea, passò vicino ad un tempio dove si davano oracoli, e la pioggia lo obbligò a passare la notte là. L’indomani il grande sacrificatore del tempio si stupì che i demoni, che prima gli rispondevano, non volessero più dargli oracoli; li chiamò: i diavoli vennero a dirgli che non sarebbero più venuti; gli rivelarono che non potevano più abitare in quel tempio perché Gregorio vi aveva passato la notte e vi aveva fatto dei segni di croce.

Il sacrificatore fece prendere San Gregorio, che gli rispose: “Posso scacciare i demoni da dove voglio, e farli entrare dove dico io”. – Fateli rientrare nel mio tempio, allora, disse il sacrificatore. Allora Gregorio staccò un pezzetto di un volume che teneva in mano e vi tracciò queste parole: “Gregorio a Satana: io ti ordino di rientrare in questo tempio”. Misero il biglietto sull’altare: i diavoli obbedirono e quel giorno diedero i loro oracoli come al solito; dopodiché smisero, come è noto.

È San Gregorio di Nissa che riporta questi fatti nella vita di San Gregorio Taumaturgo. I sacerdoti degli idoli dovevano certamente avercela con Gregorio e, nella loro visione ristretta, denunciarlo al magistrato: ciononostante il loro più grande nemico non subì alcuna persecuzione.

San Cipriano
San Cipriano

Nella storia di San Cipriano si narra che egli fu il primo vescovo di Cartagine condannato a morte. Il martirio di San Cipriano risale all’anno 258 della nostra era: nessun vescovo di Cartagine, dunque, fu immolato per la sua religione per un periodo tempo assai lungo. La storia non ci dice quali calunnie si fossero levate contro San Cipriano, quali nemici avesse, perché il proconsole d’Africa fosse arrabbiato con lui. San Cipriano scrisse a Cornelio, vescovo di Roma: “Arrivò di lì a poco una mozione popolare a Cartagine e gridarono due volte che bisognava gettarmi ai leoni”. È molto probabile che alla fine le sommosse del feroce popolo di Cartagine siano state la causa della morte di Cipriano; ed è assolutamente certo che non fu l’imperatore Gallo che lo condannò per la sua religione da così lontano, visto che lasciava in pace Cornelio che viveva sotto i suoi occhi.

Tante motivazioni segrete si mescolano spesso alla causa apparente, tanti moventi sconosciuti servono a perseguitare un uomo, che è impossibile nei secoli successivi cogliere la sorgente segreta delle sventure degli uomini più eminenti, tanto più quella del supplizio di un privato che poteva essere conosciuto solo da quelli del suo partito.

Notate che San Gregorio Taumaturgo e San Dionigi vescovo di Alessandria, che non furono affatto condannati al supplizio, sono vissuti al tempo di San Cipriano. Perché, essendo conosciuti perlomeno quanto questo vescovo di Cartagine, furono lasciati in pace? E perché San Cipriano fu condannato al supplizio? Non è forse possibile che l’uno sia dovuto soccombere a dei potenti nemici personali, alla calunnia, col pretesto della ragion di stato che tanto spesso si unisce alla religione, e che gli altri abbiano avuto la buona sorte di sfuggire alla malvagità degli uomini?

Non è assolutamente possibile che la sola accusa di cristianesimo abbia fatto morire Sant’Ignazio sotto il clemente e giusto Traiano, poiché fu permesso ai cristiani di accompagnarlo e consolarlo quando lo si condusse a Roma[26]. C’erano spesso state delle sommosse ad Antiochia, città sempre turbolenta, dove Ignazio era stato vescovo segreto dei cristiani: forse queste sommosse, malignamente attribuite agli innocenti cristiani, attirarono l’attenzione del governo, che fu ingannato, come è successo fin troppo spesso.

San Simeone, per esempio, fu accusato davanti a Shapur di essere la spia dei romani. La storia del suo martirio racconta che il re Shapur gli propose di adorare il sole; ma si sa che i persiani non praticavano il culto del sole; lo guardavano come un emblema del principio buono, di Oromase o Orosmade, del Dio creatore che essi riconoscevano.

Per quanto si possa essere tolleranti, non si può fare a meno di provare indignazione contro quei declamatori che accusarono Diocleziano di aver perseguitato i cristiani da quando salì al trono; basiamoci su Eusebio di Cesarea: la sua testimonianza non può essere rifiutata; il favorito, l’autore del panegirico di Costantino, l’acerrimo nemico degli imperatori precedenti, deve essere creduto quando li giustifica. Ecco le sue parole[27]: “Per molto tempo gli imperatori attribuirono ai cristiani grandi segni di benevolenza; affidarono loro delle province; molti cristiani dimorarono a palazzo; sposarono perfino delle cristiane. Diocleziano prese in moglie Prisca, la cui figlia fu moglie di Massimiano Galerio, ecc.”

Si impari, dunque, da questa testimonianza decisiva, a non calunniare più; si valuti se la persecuzione sollevata da Galerio dopo diciannove anni di regno clemente e benevolo non abbia origine in qualche intrigo che non conosciamo.

Si veda come la favola delle legione tebana, completamente massacrata, si dice, per la religione, sia una favola assurda. È ridicolo che abbiano fatto arrivare questa legione dell’Asia dal gran San Bernardo; è impossibile che l’abbiano chiamata dall’Asia per venire a placare una sommossa tra i galli, un anno dopo che questa rivolta era stata repressa; è altrettanto impossibile che siano stati sgozzati seimila uomini di fanteria e settecento cavalieri in un punto dove cento uomini potrebbero fermare un’intera armata. Il racconto di questa presunta carneficina ha inizio con un’evidente impostura: “Quando la terra gemeva sotto la tirannide di Diocleziano, il cielo si popolava di martiri”. Ora questa vicenda, come è stato detto, si suppone sia avvenuta nel 286, periodo in cui Diocleziano favoriva maggiormente i cristiani, e in cui l’impero romano fu più prospero. Infine ciò che dovrebbe tagliare sul nascere ogni discussione è che non ci fu mai alcuna legione tebana: i romani erano troppo fieri e troppo assennati per formare una legione con quegli egiziani che servivano a Roma solo come schiavi, Verna Canopi: è come se avessero avuto una legione ebrea. Noi abbiamo i nomi di trentadue legioni che costituivano le forze principali dell’impero romano; sicuramente non è presente la legione tebana. Proseguiamo dunque questo racconto con i versi acrostici delle sibille che prevedevano i miracoli di Gesù Cristo, e con tanti supposti documenti prodigati da un falso fervore religioso per abusare della credulità.

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NOTE:

  1.  ^  Noi rispettiamo sicuramente tutto ciò che la Chiesa rende rispettabile; noi invochiamo i santi martiri, ma mentre riveriamo San Lorenzo, non ci è permesso dubitare che San Sisto gli abbia detto: “Tu mi seguirai tra tre giorni”? che in quel breve intervallo il prefetto di Roma lo abbia mandato a chiedere i soldi dei cristiani, che il diacono Lorenzo abbia avuto il tempo di far riunire tutti i poveri della città, che abbia condotto il prefetto fino al luogo dove si trovavano questi poveri, che sia stato processato, che abbia subito l’interrogatorio? che il prefetto abbia commissionato a un fabbro una graticola abbastanza grande da arrostirvi un uomo? che il primo magistrato di Roma abbia assistito lui stesso a questo strano supplizio? che San Lorenzo su questa graticola abbia detto “Sono cotto a sufficienza da questo lato; fammi girare su quell’altro se vuoi mangiarmi”? Questa graticola non rientra affatto nei costumi dei Romani; e come è possibile che nessun autore pagano abbia mai parlato di questi avvenimenti?
  2.  ^ Basta aprire Virgilio per vedere che i Romani riconoscevano un Dio supremo, sovrano di tutti gli esseri celesti …. O! qui res hominumque deumqueAeternis regis imperiis, et fulmine terres. (Aen., I, 233-34.) O pater, o hominum divumque aeterna potestas, etc. (Aen., X, 18.) Orazio si esprime molto più decisamente. Unde nil majus generatur ipso, Nec viget quidquam simile, aut secundum. (Lib. I, od. XII, 17-18.) Non si cantava altro che l’unità di Dio nei Misteri ai quali quasi tutti i romani erano iniziati. Si veda il bell’inno di Orfeo; leggete la lettera di Massimo di Madauro a Sant’Agostino, nella quale dice che “solo gli imbecilli non possono riconoscere un Dio sovrano”. Longiniano, pur essendo pagano, scrisse allo stesso Sant’Agostino che Dio “è unico, incomprensibile, ineffabile”; Lattanzio stesso, che non può essere accusato di essere stato troppo indulgente, ammette, nel suo libro V (Divin. Institut., cap. III) che “i romani sottomettono tutti gli dei al Dio supremo”; “illos subjicit et mancipat Deo“. Anche Tertulliano, nel suo Apologetico (cap. XXIV), ammette che tutto l’impero riconosceva un Dio padrone del mondo, la cui potenza e maestà sono infinite (“principem mundi, perfectoe potentioe et majestatis“). Aprite soprattutto Platone, maestro di filosofia di Cicerone; vi troverete che “non c’è che un unico Dio; bisogna adorarlo, amarlo, lavorare per somigliargli in giustizia e santità”. Epitteto in catene e Marco Antonio sul trono dicevano la stessa cosa in cento brani.
  3.  ^ Capitolo XXXIX.
  4.  ^ Capitolo XXXV.
  5.  ^ Capitolo III.
  6.  ^  Questa affermazione deve essere provata. Bisogna ammettere che, da quando la storia è subentrata alla favola, gli Egiziani sono da ritenersi solo un popolo tanto vile quanto superstizioso. Cambise conquista l’Egitto con una sola battaglia; Alessandro gli impone delle leggi senza subire un solo combattimento, senza che alcuna città osi affrontare un assedio; i Tolomei se ne impadroniscono senza colpo ferire; Cesare e Augusto lo sottomisero altrettanto facilmente, Omar prende tutto l’Egitto in una sola campagna; i Mammalucchi, popolo della Colchide e dei dintorni del monte Caucaso, ne sono i dominatori dopo Omar; sono loro, e non gli Egiziani, che sconfiggono l’armata di San Luigi e che fanno questo re prigioniero. Infine i Mammalucchi, essendo diventati Egiziani, ovvero Mori, vigliacchi,svogliati, volubili, come è naturale per gli abitanti di quel clima, passano nel giro di tre mesi sotto il giogo di Selim I, che fa prendere il loro sultano e che lascia questa provincia annessa all’impero dei Turchi, finché un giorno altri barbari se ne impadronirono.Erodoto riporta che, in tempi favolosi, un re egiziano di nome Sesostri uscì dal suo paese con il preciso scopo di conquistare l’universo; è evidente che un tale disegno non è degno che di Pricocole o di Don Chisciotte; e senza contare anche che il nome Sesostri non è affatto egiziano, possiamo considerare questo avvenimento, così come tutti i fatti che lo precedono, alla stregua delle Mille e una Notte. Niente è più comune, presso i popoli conquistati, che mettere in giro favole sul loro antico splendore, così come in certi paesi certe famiglie miserabili dicono di discendere da antichi sovrani. I sacerdoti d’Egitto raccontarono a Erodoto che quel re chiamato Sesostri era andato a conquistare la Colchide; è come se si dicesse che un re di Francia è partito dalla Turenna per andare a conquistare la Norvegia. Per quanto si ripetano tutti questi racconti in mille e mille volumi, non risultano più verisimili; è ben più naturale che gli abitanti robusti e feroci del Caucaso, i colchidiani e gli altri sciiti, che vennero tante volte a devastare l’Asia, siano penetrati fino in Egitto; e se i sacerdoti di Colcos portarono poi presso di loro la moda della circoncisione, ciò non prova che siano stati conquistati dagli egiziani. Diodoro di Sicilia riferisce che tutti i re vinti da Sesostri venivano ogni anno dal fondo dei loro regni a portagli i loro tributi, e che Sesostri si serviva di loro come cavalli da tiro, e li faceva attaccare al suo carro per andare al tempio. Queste storie alla Gargantua vengono sempre fedelmente ripetute. Senz’altro questi re erano davvero molto buoni per venire da così lontano per svolgere la mansione di cavalli. Quanto alle piramidi e alle altre antichità, esse non dimostrano che l’orgoglio e il cattivo gusto dei principi d’Egitto, così come la schiavitù di un popolo imbecille, che impiegava le sue braccia -che erano il suo unico bene- per soddisfare la pacchiana sfarzosità dei suoi padroni. Il governo di questo popolo, nel periodo medesimo di cui si loda tanto la forza, sembra assurdo e tirannico; si pretende che tutte le terre appartengano ai loro re. Proprio simili schiavi dovevano conquistare il mondo! La profonda sapienza dei sacerdoti egiziani è anch’essa una delle più grandi ridicolaggini della storia antica,ovvero della favola. Delle persone che sostenevano che nel corso di undicimila anni il sole era sorto due volte al tramonto e tramontato due volte all’alba, ricominciando il suo corso, erano indubbiamente ben al di sotto dell’autore dell’Almanacco di Liegi. La religione di questi sacerdoti che governavano lo stato non era paragonabile a quella dei più selvaggi popoli delle Americhe: sappiamo che adoravano dei coccodrilli, delle scimmie, dei gatti, delle cipolle; adesso, in tutto il mondo, non c’è che il culto del grande lama che sia forse altrettanto assurdo. Le loro arti non valevano affatto di più che la loro religione; non c’è una sola statua antica egizia che sia sopportabile, e tutto ciò che hanno avuto di buono è stato fatto ad Alessandria, sotto Tolomeo e sotto i Cesari, da artisti della Grecia: hanno avuto bisogno di un greco per imparare la geometria. L’illustre Bossuet va in estasi riguardo al merito degli egiziani nel suo  Discours sur l’Histoire universelle rivolto al figlio di Luigi XIV. Può impressionare un giovane principe; ma soddisfa ben poco i sapienti: è una declamazione molto eloquente, ma uno storico deve essere più filosofo che oratore. Per il resto, proponiamo questa riflessione sugli egiziani solo come una congettura: che altro nome possiamo dare a tutto quello che si dice sull’Antichità?
  7.  ^ Non si mette affatto in discussione la morte di Sant’Ignazio; ma si legga la relazione del suo martirio: un uomo di buon senso non sentirà qualche dubbio sollevarsi nella sua coscienza? L’autore sconosciuto di questa relazione dice che “Traiano credette che sarebbe mancato qualcosa alla sua gloria se non avesse sottomesso al suo impero il dio dei cristiani”. Che idea! Traiano era un uomo che volesse trionfare sugli dei? Quando Ignazio comparve davanti all’imperatore, questo principe gli disse: “Chi sei tu, spirito impuro?” Non è per niente verosimile che un imperatore abbia parlato ad un prigioniero, e che l’abbia condannato lui stesso; non è così che si comportano i sovrani. Se Traiano fece venire Ignazio davanti a lui, non gli chiese “Chi sei tu?” Lo sapeva bene. L’ espressione “spirito impuro” può essere stata pronunciata da un uomo come Traiano? Non è evidente che è un’espressione da esorcista che un cristiano mette nella bocca di un imperatore? È questo, buon Dio, lo stile di Traiano? Si può immaginare che Ignazio gli abbia risposto che si chiamava Teofoto perché portava Gesù nel suo cuore e che Traiano abbia dissertato con lui su Gesù Cristo? Si fa dire a Traiano, alla fine della conversazione: “Noi ordiniamo che Ignazio, che si glorifica di portare in lui il Crocifisso, sia messo in catene, ecc.”. Un sofista nemico dei cristiani poteva chiamare Gesù Cristo “il Crocifisso”; ma non è per niente plausibile che, in una sentenza, si fosse servito di questo termine. Il supplizio della croce era tanto comune presso i romani che non era possibile, nello stile delle leggi, designare col termine ‘il crocifisso’ l’oggetto di culto dei cristiani; e non è in questo modo che le leggi e gli imperatori pronunciano i loro giudizi. A Sant’Ignazio si fa poi scrivere una lunga lettera ai cristiani di Roma: “Vi scrivo, dice, tutto incatenato come sono”, Certo, se gli fu permesso di scrivere ai cristiani di Roma, questi cristiani non erano dunque ricercati; dunque Traiano non aveva intenzione di sottomettere il loro Dio al suo impero; o se questi cristiani erano sotto il flagello della persecuzione, Ignazio commetteva una grande imprudenza scrivendo loro: significava esporli, metterli a repentaglio; significava diventare il loro delatore. Pare che coloro che hanno redatto questi atti avrebbero dovuto avere più riguardo per la verosimiglianza e la convenienza. Il martirio di San Policarpo fa nascere ancora più dubbi. Si narra che una voce gridò dall’alto dei cieli: “Coraggio, Policarpo!”. Che i cristiani l’intesero, ma che gli altri non la intesero: è detto che quando si ebbe legato Policarpo al palo, e che il rogo fu in fiamme, queste fiamme si scostarono da lui e formarono un arco sopra la sua testa; che ne uscì una colomba; che il santo, preservato dal fuoco, diffuse un profumo aromatico che profumò tutta l’assemblea, ma che colui che il fuoco non osava avvicinare non poté resistere al colpo della spada. Bisogna ammettere che dobbiamo perdonare coloro che trovano in queste storie più devozione che verità.
  8.  ^ Histoire ecclésiastique , libro VIII.